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Ettore Ellena, l'uomo e l'alpinista

Ellena (21kb)

Nella storia della Sezione di Pinerolo una figura si stacca nitida dalle altre con rilievo e statura fuori del comune, quella di Ettore Ellena. Nel quale l'uomo e l'alpinista sono cresciuti, affinandosi a vicenda, ad un livello nettamente superiore ad ogni altro della sua e della nostra generazione.

Eppure di lui i giovani soci delle ultime leve e parecchi di coloro che sono venuti alla montagna nell'immediato dopoguerra sanno poco, forse perché gli anni che ci dividono dalla sua scomparsa, così densi di fatti tra i più drammatici della nostra storia, respingono in un passato remoto e quasi favoloso gli avvenimenti anteriori.

Ettore Ellena morì il 25 settembre 1933 alla base della Gran Bagna (Valle Susa), di cui aveva compiuto la prima ascensione per la Cresta Sud-Est, il più importante problema tra quelli ancora insoluti nel Vallone della Rho. La guida del Ferreri la descrive così: "lunga , accidentatissima, sottile, in alcuni punti vera lama di coltello, scende con parecchi salti fino a quota 2433. Non sembra percorribile". Un dislivello di 600 metri, con uno sviluppo quasi doppio: un'impresa di tutto rispetto per il tempo e i mezzi a disposizione.

Ben si addice alla sua fine quando una guida del Breuil disse del grande Carrel: "il n'est pas tombé, il est mort", per significare che il dramma non è imputabile a incapacità o imprudenza dell'alpinista, ma ad una rottura improvvisa dell'equilibrio fisico, ad uno schianto del corpo sottoposto ad una tensione e ad un sovraffaticamento insostenibili.

Aveva 25 anni, essendo nato a Pinerolo nel 1908. La sua era una famiglia di ortolani che coltivavano un terreno in periferia, nella zona della Tabona, là dove la città confina coi campi e all'orizzonte domina sovrano il Monviso. Una vita breve e un'attività bruciata in uno spazio di sette anni, come di chi presente la fine, ma vuol compiere ugualmente quanto si è proposto. In quest'arco di tempo egli raccoglie una messe ragguardevole di ascensioni, circa 80, oltre a molte escursioni e numerose gite scialpinistiche talora notevoli.

C'è in questa febbre d'azione qualcosa che lo avvicina a Crétier, a Gervasutti, ai migliori insomma, ai quali lo accomuna pure un rapido affinamento delle sue capacità e un deciso salto qualitativo dopo le prime escursioni sulle montagne di casa.

Comincia nel 1926, quando la Sezione del C.A.I. era appena ricostruita e gli mancavano la guida, l'esempio, lo stimolo di compagni più anziani ed esperti e d'una tradizione già saldamente consolidata; non dovette nulla se non a se stesso. Come tutti gli innovatori e i veri maestri fu un magnifico autodidatta.

All'inizio la sua attività è orientata verso la cime tradizionali della Val Pellice e Chisone: Granero, Manzol, Ghinivert, Orsiera per le vie normali; un noviziato umile, lento di chi vuol costruire solidamente, senza bruciare le tappe. Sono tirate interminabili, con l'equipaggiamento primitivo di allora, scarponi chiodati massicci e pesanti, sacchi scomodi e irti di bozze contro la schiena. Ecco un esempio fra i tanti.

Alla data 7 agosto 1927 scrive nel diario d'essere partito da Pinerolo a piedi col fratellino Giuseppe (7 anni) alle 5,45 e giunto alle 8,30 alla Fontana Torino. E a questo punto citiamo testualmente: "Arrivano quei quattro che s'era visti per la strada. Un signore dà una caramella a Giuseppe. Una signora chiede se a Giuseppe l'altezza non faccia male". Poi continuano per il Colle Sperina, il Sette Confini, il Colle Pra l'Abbà, il Sartoret, il Colle Ceresera dove, colti dalla pioggia, decidono il ritorno. Che avviene per Roccia Vergnon, Forte del Talucco, Talucco. Qui si concedono un pisolino di un paio d'ore, quindi riprendono la strada e sono a Pinerolo alle 21,30. Tappe a parte, hanno camminato circa 12 ore; e la presenta come una modesta passeggiata.

E non possiamo non citare un'altra gita, anche questa del 1927, di quattro giorni, dal 18 al 21 settembre. Pernottamento alla Ciabotta del Pra e trasferta al Ballif-Viso (18 settembre). Il 19 arrampicano sulla Cresta Roma-Udine, con bivacco. Il giorno seguente insistono nell'arrampicata, poi sul tardi, discesa con passaggi emozionanti nel Vallone del Guil e ritorno per il Colle Seylières che, nell'oscurità ormai profonda non riescono a trovare; tentativo fallito di dirottamento verso il Ballif-Viso e secondo bivacco.

Partenza all'alba (21 settembre), arrivo a Bobbio Pellice alle 10,20 e proseguimento in taxi per Torre , treno delle 12,20 ; ma lasciamo parlare il diario perché è più eloquente, nella sua scarna brevità, di un fecondo oratore: "Alle 13,10 si è a Pinerolo e veloci a casa ove si toglie l'ansia ai genitori. Alle 14,15 sono già al lavoro", cioè a zappare, vangare, sarchiare nell'orto fino a notte ; come relax non c'è male.

Nell'estate del 1927 tenta le prime arrampicate: accademica del Boucier, Cresta Est del Granero, Torrioni del Palavas. Al Boucier e al Granero è secondo in cordata dietro Dante Dassano (ha quattro anni più di lui e possiede già qualche esperienza alpinistica) che gli dà i primi sommari rudimenti; al Palavas, sua terza salita, va già in testa e procede sicuro, senza alcuna esitazione, tanto che, ripetendo la stessa via la domenica successiva, sale da solo, davanti agli altri, guidandoli con consigli e indicazioni.

Intanto scopre la Sbarua che d'ora in poi frequenterà assiduamente. Su questi passaggi tipici perfeziona via via la sua tecnica e il suo stile; prova, desumendole da un vecchio opuscolo (il manuale Chabod è ancora di là da venire) nuove manovre di corda; si allena con tenacia e il metodo rigoroso d'un concertista che si prepara per una tournée importante. E i frutti non tardano a venire.

Del 1929 sono i Denti d'Ambin e una settimana a Courmayeur con la salita del dente del Gigante: i limiti della valle e del gruppo che ancor oggi impacciano tanti bravi alpinisti di provincia sono superati di slancio, e per sempre. L'anno seguente abbiamo una prima, la Est di Punta Traversette, e nel 1931 un mazzo di ascensioni che qualunque accademico di allora non avrebbe disdegnato di scrivere nel proprio carnet: Nord del Viso, Punta Roma per Cresta Sud, Rocca di Miglia e Cammelli, e altre dello stesso livello. Proprio quell'anno avviene anche l'incontro con il torinese Agostino Cicogna, che schiuderà a Ellena nuovi orizzonti: Aiguilles de Chamonix, Drus, Verte e Dolomiti. Nel giro di poche settimane la loro amicizia diviene sempre più profonda; ormai formano cordata quasi esclusivamente insieme.

Ma ecco l'anno decisivo, il 1932. L'attività di Ellena esplode con un crescendo senza precedenti: 24 salite! Tra esse 6 prime (4 in Vallestretta), la traversata dei Drus, il Grépon, e la prima settimana nelle Dolomiti. Attuando per primo in Pinerolo un sistema che Gervasutti contemporaneamente a lui usa su scala maggiore, alterna ascensioni nelle Occidentali con le più significative imprese dolomitiche. Così nel suo diario vediamo sfilare sotto i nostri occhi ammirati la Preuss alla Piccolissima (siamo nel 1932; crediamo si tratti del primo occidentalista a cimentarsi con questa via; Gervasutti, che pure viene dalle Dolomiti, l'ha fatta solo l'anno prima), la Nord della Piccola, il Paterno, il Campanile di Val Montanaia, il Campanile Toro: tutte in cinque giorni.

Ma ormai la sua breve vita volge all'epilogo. Il 1933 è altrettanto ricco di splendidi risultati. Dalla Ciamarella alla Grivola ai primi d'aprile, alla settimana sciistica da Valpelline a Zermatt a Gressoney (una haute route avanti lettera), dalla settimana dolomitica a luglio in Civetta (via Videssot al Pan di Zucchero, via Haupt alla Torre di Valgrande, la parete Sud-Ovest della Busazza) alla settimana a Courmayeur in agosto.

Il tempo è incerto, con piogge frequenti. A Montenvers conosce Gervasutti di ritorno con Zanetti da un tentativo alla Nord delle Jorasses. Riesce a infilare le uniche due giornate decenti facendo la Blaitière e la Verte, con salita del Canalone Whymper e discesa della Cresta del Moine stracarica di neve, che li costinge al bivacco. Il tempo peggiora, non resta che tornare a casa.

Il 2 settembre va alla cresta Sud di Punta Traversette con alcuni giovani di Pinerolo: il diario s'interrompe qui. Sotto la data del 10 settembre c'è solo più un'indicazione: "Val Lemina". Ellena amava intercalare alle salite impegnative camminate turistiche a quote modeste, in compagnia di amici. Si chiaccherava, si mangiava, si cantava in allegria. Se la gita riusciva bene egli scriveva nel diario una frase, "giornata serena", come un'oasi di pace e distensione dopo le grosse fatiche.

Forse fu proprio in questo giorno, comunque nella settimana successiva che prese corpo il progetto alla Cresta Sud-Est della Gran Bagna, su invito del compagno più caro, Tino Cicogna.

Fu il suo ultimo appuntamento con la Montagna, quello supremo.

Ma se l'alpinista era di prim'ordine l'uomo non era da meno. L'equilibrio, la vigorosa sintesi tra queste due facce della sua personalità, caratteristica peculiare degli spiriti magni dell'alpinismo, egli la raggiunse presto e la irrobustiva incessantemente.

Talvolta ci tocca assistere al caso limite di un bravo scalatore che, per un insuccesso in montagna o nella vita, attacca la piccozza al chiodo e tronca nel fiore degli anni un'attività che speravamo lunga e feconda. Una causa che ci sembra futile determina così una decisione irremovibile e denuncia una zona di fragilità nella figura che appariva granitica; come un impercettibile difetto di lavorazione in una trave di ferro provoca il crollo di una volta. Il progresso tecnico sforna a fasci strumenti d'arrampicata sempre più sofisticati, ma non è detto che innalzi l'uomo alla statura richiesta dai suoi ambiziosi progetti.

Ellena era immune da tali incrinature perché dotato di un'istintiva modestia che lasciava tentare mete più elevate solo quando poteva raggiungerle in piena sicurezza. Questo aspetto che è tra quelli fondamentali dell'alpinismo, quel senso del proprio limite, così vivo nella tradizione del pensiero greco, che dovrebbe guidare i nostri passi in montagna come una bussola infallibile, egli lo sentiva profondamente.

Tuttavia, come tutti gli esseri superiori, aveva una precisa conoscenza del proprio valore, senza ombra di superbia, unita ad una capacità mai appannata di provare davanti alla montagna emozioni e sensazioni sempre nuove e intense con una singolare freschezza di abbandono e di meraviglia.

Questi slanci dello spirito erano però imbrigliati da qualità tipiche di un piemontese concreto: volontà tenace alla distanza, chiarezza di propositi, attitudine a sopportare a lungo i disagi e a vivere di poco, come taluni ciclisti del passato che, venuti allo sport da mestieri duri, contadini, muratori, carpentieri, erano più corazzati contro la fatica e la malasorte.

A tutto ciò si aggiungano le doti più propriamente necessarie a un alpinista: sicuro senso di orientamento, intuito innato del passaggio e una buona dose di sangue freddo, tale da permettergli di destreggiarsi nei frangenti più precari, di cui gli amici, quando parlano di lui, gli danno concorde riconoscimento.

Ma c'è un lato di quest'uomo che solo i compagni più sensibili hanno colto e individuato: il desiderio tenace di apprendere, di arricchirsi nel campo della cultura. La stessa forza che portava a salire in montagna sembrava spingerlo a conoscere ogni giorno di più; è un'altra passione che lo brucia con altrettanta, se non maggior intensità.

Le condizioni della famiglia non gli permisero di andar oltre la quinta elementare, come toccava allora a migliaia di bambini in Italia. Quando acquista la consapevolezza di ciò che comporta questa menomazione non si abbatte, non si scalmana a inveire contro la società, a chiederle minacciosamente il pagamento di questo debito, il riconoscimento dei suoi indubbi e sacrosanti diritti. Si rimbocca le maniche e rimedia lui stesso.

Di questo suo ideale e della sua tenace, metodica attuazione i suoi diari danno una continua, commovente testimonianza. Il giovane ortolano con la vocazione dell'intellettuale procede, dapprima a tentoni poi con maggior chiarezza, a costruire l'impalcatura del futuro "chierico" con la rabbia del contadino della Langa, caro a Fenoglio, che si conquista la sua terra.

Comincia verso i 14 anni su tre piani diversi, ma convergenti ad un unico fine: opere di tecnica agraria e di allevamento degli animali da cortile, per migliorare il proprio lavoro e portarlo a un livello d'avanguardia (in questa direzione tenta alcune novità che i vicini guardano con curiosità e diffidenza); testi e guide di montagna per poter diventare, più che un nerboruto piantatore di chiodi, un alpinista colto; libri di amena lettura, poi di alto valore letterario per formarsi spiritualmente.

Gli inizi sono elementari (come le sue prime escursioni): Salgari, Verne, Dumas e tutta la letteratura popolare, sia del filone tardo romantico che di quello realistico ottocentesco, che allora circolava ancora da noi. Presto però scopre ben altri orizzonti, i classici: Hugo, France, Flaubert, Turghenjev, Tolstoj (le Memorie, Risurrezione, Anna Karenina sono divorati in due settimane) poi approda a Dostojevskij.

Come in montagna, dal Viso ai Drus, dalla Vallestretta al Pan di Zucchero in Civetta, anche nella scelta degli autori il cerchio si chiude con la vetta più alta e più bella.

Esempio d'una vita vissuta all'insegna d'una rara coerenza, e troncata tragicamente per vendetta della natura o sublimata di colpo perché privilegiata e cara agli dei?

Una domanda inquietante alla quale è difficile dare una risposta sicura.

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Ultima modifica : 11-Dicembre-2010