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Ultima costituzione, dal 1926 a oggi

Sono passati altri dieci anni. La guerra è finita, il fascismo tiene ormai saldamente il potere quando, nel gennaio 1926, un gruppo di volenterosi ricostruisce la Sezione di Pinerolo.

La "Lanterna del Pinerolese" del 6 febbraio pubblica un lungo resoconto dell'Assemblea dei soci, tenuta il 3 febbraio per approvare lo statuto, assegnare le cariche, impostare il programma gite.

Ecco la Direzione del 1926: presidente , ing. G. Molteni; vicepresidente, L. Marchisone; segretario, M. Barra; cassiere, cav. Brizio; consiglieri, Revial, Borgna, Cardonat, rag. Colombo; delegato avv. Pittavino. Ci s'accorge a prima vista che i rapporti tra le varie componenti sociali all'interno dalla Direzione risultano capovolti rispetto al passato: di fronte ai tre laureati o diplomati figurano impiegati, piccoli artigiani, operai.

Se il C.A.I. aveva avuto a suo tempo una struttura elitaria ora si metteva per una strada in parte nuova. Ciò dipendeva da svariati motivi: il rimescolamento tra le classi sociali prodotto dalla guerra, le condizioni economiche degli operai leggermente migliorate, i primi segni di un turismo di massa, gli spostamenti divenuti più agevoli, la stessa quota d'iscrizione portata ad una cifra più accessibile, specialmente per le categorie degli aggregati, predisposta per i giovani, e altri ancora.

Né va dimenticato il fatto che in quegli anni operavano in città alcune associazioni escursionistiche come la Robur e la Usep, che indirettamente contribuirono a preparare il terreno per la rinascita della sezione.

Anche nell'attività sociale osserviamo un netto salto qualitativo; il programma pubblicato nella "Lanterna" comprende in maggioranza vette sui 3000 metri (Boucier, Granero, Viso, Cristalliera, ecc.) di cui qualcuna sarà poi salita per una via alpinistica.

Il resoconto giornalistico citato non specifica il numero dei soci, però lo desumiamo dalle statistiche pubblicate ogni anno nella Rivista Mensile: nel 1927 è di 99, nel 1928 sale a 118, pari all'incirca a quello riscontrato nel 1877 e nel 1907, ma stavolta la tendenza non è a decrescere e crollare; fino al 1940, alla vigilia della guerra, tiene sui 110-120. Gli anni '50 vedranno poi il boom delle iscrizioni.

Con la condizione sociale cambia il livello alpinistico dei soci; ora abbiamo un gruppo di giovani (Dante Dassano, Ettore Ellena, i due Borgna, Cardonat) in grado di fare da capicordata nelle gite, cioè di guidare e istruire coloro che tentano le prime esperienze in montagna, e organizzare ascensioni per proprio conto a cime e a vie più impegnative.

Essi aprono pure in due direzioni: setacciano i pendii intorno a Pinerolo alla caccia di tutti gli spuntoni e i salti di roccia arrampicabili, e vi tornano sistematicamente per affinare la propria tecnica (nasce così il concetto e la funzione della palestra) e puntano a mete lontane dalle loro vallate, alle grandi montagne e alle vie classiche, che però percorrono con prudenza e progressione graduale, tanto che, in vari anni di attività serrata, non devono registrare alcun incidente degno di nota.

Ellena poi, il più attivo, prende contatto con un alpinista di Torino, Agostino Cicogna, con cui forma una cordata forte e affiatata; insomma, si nota in tutti uno stimolo ad aggiornarsi, a conoscere e usare l'attrezzatura e la tecnica moderna. Questo sferzo, unito alle loro capacità non comuni, produce appunto un processo di svecchiamento e sprovincializzazione dell'alpinismo pinerolese che darà subito frutti clamorosi.

Ormai non s'accontentano più del Boucier o del Palavas, ma scalano il Visolotto e il Vallanta, che allora erano tabù per dei senza guida, ma rastrellano la Valle del Pellice e del Chisone alla ricerca di pareti e creste ancora da salire. Quindi si conquistano i galloni alla Nord del Viso (1931, Dante Dassano, Giuseppe Borgna, Ettore Ellena) che sanziona ufficialmente la loro solida preparazione.

Dopo questo metodico noviziato, mentre gli altri moschettieri rallentano il passo, Ellena spicca il volo che lo porterà, in un crescendo incessante, dalla Vallestretta alle Lavaredo, ai Drus. Ma di lui è detto con maggior ampiezza nell'articolo a lui dedicato, al quale si rimanda il lettore curioso di maggiori particolari.

In quest'atmosfera di slancio, che vede ogni anno qualche giovane accostarsi alla montagna (Edmondo Floreale, Antonio Maina, Grill, Gurgo, Giuseppe Melano, Moriggia, P. Galina, Cipolla) piomba come un fulmine la morte di Ellena, che lascia un vuoto incolmabile. La sezione è salda e regge al colpo senza abbattersi, ma purtroppo l'eredità del caduto va in gran parte perduta. Nessuno ha la decisione e la capacità adatte a prendere il posto. I suoi primi compagni di cordata riducono e lentamente abbandonano l'attività, presi dal lavoro, dal servizio militare, dalla famiglia. Tuttavia non si arriva al vuoto; le gite sociali continuano a farsi ogni anno, il numero dei soci regge bene, qualche cordata si muove per conto suo con una certa vivacità, anche se a livelli più modesti.

Lo stesso Domenico Piazza, che si distingue nettamente dagli altri nel periodo 1933-1938, quando tenta salite più importanti si cerca un compagno fuori Pinerolo, il saluzzese Gagliardone.

Dal 1937 in poi, per qualche anno, una nuova generazione di giovanissimi varca in buon numero la soglia della sede, come una leva di massa. Sono per lo più impiegati e studenti: Ettore Serafino, Aldo Priotto, Italo Arlaud, G. Racca, R. Vola, L. Pivetti, G. Turvani, E. e A. Theiler, F. Godino, F. Brun, e Felice Burdino. Alcuni si limitano a seguire l'attività sociale, altri, più irrequieti, insistono con la Sbarua e si cimentano su vie di difficoltà sostenuta, non ancora ripetute dai pinerolesi, in particolare la Gervasutti e la Rivero.

La prima cordata che osò affrontare la Gervasutti, era a dir poco, pittoresca. A parte l'abbigliamento alquanto approssimativo, calzava ciabatte dalla suola di corda, dette retoricamente pedule, il cui orlo girava, sgusciando subdolo sotto il piede nel momento meno adatto, e ostentava alla cintura una cartucciera di manici di scopa segati in pezzi di varia lunghezza, in previsione di fessure troppo larghe per i chiodi. Con l'aggiunta di un nastro rosso intorno al capo e una penna di gallina fieramente infilata dentro, poteva benissimo passare per un commando di Toro Seduto.

In queste condizioni l'avvento delle prime Vibram fu salutato, non a torto, come l'alba di un'era nuova. Ma né questi spensierati giovanotti, né i loro altrettanto fantasiosi compagni, quando si sentivano ormai preparati, poterono passare alle medie e grandi ascensioni. Il "terreno di gioco" non furono le Aiguilles de Chamonix, come sognavano, forse troppo liricamente, sulle alate pagine di Guido Rey, ma la guerra. Cominciava per loro il non invidiabile destino di "generazione perduta".

A questo punto è forse opportuno fare un passo indietro, per rispondere a una domanda che certo sarà venuta alle labbra del lettore. Come funzionava la sezione sotto il fascismo, c'erano pressioni politiche, che atmosfera si respirava? Domande legittime, che esigono una risposta il più esatta possibile. Non risulta che i presidenti via via nominati, sia l'ing. G. Molteni, sia i suoi successori, geom. Gander, cap. A. Beisone, ing. P. Martin abbiano svolto un'azione di proselitismo politico nei confronti dei soci. Che ricevessero dall'alto talune sollecitazioni non è affatto da escludere, però si comportarono con tatto e spirito di assoluta tolleranza.

Perciò non fa meraviglia se, al momento della grande scelta, dopo l'8 settembre 1943, un gruppo di soci, giovani e meno giovani, passò immediatamente alla Resistenza, fornendole alcuni dei quadri più vivaci. Come d'altra parte, Dante Livio Bianco a Cuneo, Massimo Mila a Torino, Renato Chabod in Valle d'Aosta, Ettore Castiglioni a Milano, Vittorio Ratti a Lecco, Attilio Tissi a Belluno, per non citare che i nomi più noti e autorevoli. Chi aveva arrampicato in montagna spinto da quell'istinto di libertà, che è una delle più esaltanti suggestioni dell'alpinismo, non poteva (pena una taccia di grossolana incoerenza) non combattere ora materialmente per la libertà sua e del paese. Erano due momenti della stessa azione, attuati con mezzi diversi, ma legati da una logica netta e implacabile.

Per questo motivo, e per altri che non è il caso di ricordare, quei giovani divennero, da alpinisti ricchi di colore, combattenti altrettanto pittoreschi, ma meno spensierati.

Passata la stretta del tifone, e tornati a casa, non dimenticarono il C.A.I. S'incontrarono, discussero il problema e convocarono un'assemblea dei soci (estate 1945) che affidò a una nuova Direzione (presidente A. Theiler) l'incarico di raccogliere i fili spezzati e avviare la ripresa.

Di essa esiste una fedele testimonianza nei Notiziari pubblicati dal 1946 in poi, ai quali il lettore può attingere direttamente.

Gli anni 50-60 sono gli anni che formano lo zoccolo duro della sezione, una nuova generazione si affaccia e tra questi: Paolo Ghersi, Giorgio Feraud, Giuseppe Orbecchi, Sergio Gay, i fratelli Ramella Pezza, P. Piccinelli, Evasio Micca, Franco Stallè, A. De Servienti, Dino Genero, L. Bianciotto e poi Giorgio Griva che nel 1966 diventerà il primo accademico della sezione, Michele Ghirardi, Piero Dassano, Guido Bosco; sono anche gli anni che segnano l'ingresso della sezione nell'élite dell'alpinismo classico.

Iniziano questo splendido periodo che durerà sino alla fine degli anni 80, Dino Genero, L. Bianciotto, e M. Maccagno con la salita della cresta Sud dell'Aiguille Noire de Peuterey nel 1952 mentre sempre Dino Genero, con L. Bianciotto e "Ceo" De Servienti, effettuava già nel 1951 la quarta ripetizione della via Ellena alla parete Nord-Est del Corno Stella nelle Alpi Marittime.

Agli inizi degli anni 60 si affaccia Giorgio Griva, in cordata con lui un altro "grande" Guido Bosco; Giorgio Griva ha il merito di uscire da Pinerolo e a Torino consce i "grandissimi", Andrea Melano, G. Ribaldone, Alberto Risso, ecc..., frequenta il Bianco assiduamente e primo pinerolese esce dal territorio nazionale va al Kilimangiaro e all'Ararat e nel 1966 è accademico. I primi anni 60 segnano anche l'inizio di un'intensa attività sci alpinistica, gli artefici sono: L. Bonnin, Giuseppe Orbecchi, i fratelli Ramella Pezza, Paolo Ghersi, Luciano Carignano, I. Vairolatti, Attilio Lardone, nel 1961 in una speciale classifica per società i nostri accumulano ben 68.431 metri di dislivello.

Nel 1963 nel tentativo di percorrere la parete Nord della Dent d'Herens muore Guido Bosco, molto probabilmente travolto da una valanga, è il secondo lutto per la sezione dopo Ettore Ellena, nonostante il duro colpo nel 1965 nasce il"CORSO DI ALPINISMO" e la sezione prende nuovo vigore.

In questi anni, dopo Forneron, alla presidenza vanno Italo Arlaud, Felice Burdino, Dino Genero, e gli alpinisti pinerolesi si fanno onore ovunque, le "punte" sono naturalmente Giorgio Griva, Michele Ghirardi, Piero Dassano, Sergio Gay, M. Caneparo, Luigi Vignetta, e le prime salite si sprecano, specialmente nel gruppo del Monviso, nel 1966, la sezione si trasferisce definitivamente in Via Sommeiller e dopo laceranti controversie entra definitivamente in possesso dell'eredità Melano.

Nel 1969 ritorna alla presidenza Italo Arlaud, il popolare "Talin" e tra la fine degli anni 60 e l'inizio degli anni 70 si affacciano Eraldo Quero, Giuseppe Morero, Ugo Griva, Paolo Strani, Giuliano Sciandra, Gianfranco Bivi, Luciano Gerbi, Luigi Bessone, Raul Faraoni, Silvio Fraschia, è forse questo a posteriori un momento assai interessante per la sezione, anche per il fatto che si gettarono le basi per una serie di iniziative che segneranno per molto tempo la vita del C.A.I. di Pinerolo.

Nel 1972 dopo solo un anno di lavoro si inaugura il Rifugio "Melano", grazie all'impegno volontario e disinteressato di tanti soci e il 1974 passerà alla storia per la prima "Spedizione Alpinistica" della sezione, si va al Lagh Shar Peak (m 6087) nell'Hindukush Pakistano, i componenti sono: Paolo Ghersi, Paolo Strani, Giorgio Griva, Piero Dassano, Luigi Vignetta, Eraldo Quero, Giuseppe Morero, Michele Ghirardi, E. Casale, e Dino Genero capo spedizione, non raggiungono la vetta, si devono fermare a 5600 metri, in compenso conquistano, con Eraldo Quero, Giuseppe Morero e Piero Dassano, il Pinerolo Zoom (m 5420) per la cresta Nord.

Nel 1975 Michele Ghirardi entra a far parte dell'Accademico, due anni dopo nasce il Corso di Sci Alpinismo, verso la fine degli anni 70 nuova linfa viene portata alla già folta schiera di alpinisti, sempre dal corso di alpinismo giungono Sergio Griva, Luciano Manavella, Marco Demarchi, Umberto Valocchi, Marco Conti, Bruno Felizia, Anne Lise Rochat, R. Geuna, G. Difrancesco, Mauro Burdino, Riccardo Andruetto, Ezio Sallen, Franco Barus, le ascensioni sono sempre di alto livello, nel 1982 Giuliano Sciandra, che tra l'altro è già istruttore Nazionale di Alpinismo, viene chiamato a partecipare alla spedizione delle Guide Valdostane al Kangchenjunga, in qualità di medico, ma il suo valore è grande, raggiunge il campo 2 a quasi 7000 metri e risolve un pericoloso congelamento alla mano di Menabreaz, ma lasciamo Giuliano raccontare: "La situazione era questa: mi trovavo a quasi 7000 metri. Il tempo atmosferico stava volgendo al peggio; incominciava già a nevicare e le previsioni non erano fra le più rassicuranti. Inoltre non potevo disporre al campo 2 di tutta l'attrezzatura medica necessaria ... decidevo quindi per le misure "eroiche" e sottoposi Menabreaz, dopo averlo informato di tutto, ad un blocco anestetico del ganglio stellato di destra ...".

Nel 1984 la Pro Loco Pinerolo conferisce alla sezione il "Premio Pinarolium 1984" con la motivazione "Per la prestigiosa attività della sezione Pinerolese del Club Alpino Italiano che ha reso onore nel mondo alla città di origine", anche in merito della riuscita conquista dell'Aconcagua (circa m 7000) che vede in vetta Luciano Manavella, Luciano Gerbi, Giorgio Griva, Paolo Lerda, parteciparono anche alla spedizione D. Franco, C. Nosenzo, Giorgio Betolotto Blanc, e Paolo Borasio. Dopo tanti successi arriva purtroppo un momento tristissimo, in un sol colpo nel 1985 scompaiono cinque carissimi compagni di cordata, un momento che osiamo definire irripetibile e che non possiamo pronunciare senza un brivido di commozione, se ne vanno Marco Demarchi alla palestra Mugniva, Giuliano Sciandra al Pic San Nom, Carlo Santiano al Niblè, Ivo Brogliera al Monviso e Mario Serasio all'Orsiera, mentre l'anno prima Anne Lise Rochat entrava a far parte dell'Accademico. In questi anni una nuova generazione di giovani si affaccia, i nomi che lasceranno un'impronta significativa, ci riferiamo a Massimo Lecchi e Bruno Depetris che nel 1990 cadranno nel segno del destino fatale al Visolotto, Giorgio Bourçet, Carlo Oggero, Aldo Magnano, Pino Manno begin_of_the_skype_highlighting     end_of_the_skype_highlighting begin_of_the_skype_highlighting     end_of_the_skype_highlighting, Alberto Forneris, Luisa Stallè, Giuseppe Chiappero, fornendo un profondo impegno nell'attività sezionale oltre che sul campo.

Nel 1988 alla presidenza va Giorgio Griva, "Talin" Italo Arlaud lascia dopo venti anni, sarà una presidenza da ricordare, con lui si è costruito il rifugio, si è acquistata la sede sociale, si sono ricomposte le divergenze per l'eredità Melano, si è effettuata la prima spedizione alpinistica extraeuropea, si sono gettate le basi attuali, con Giorgio Griva alla presidenza, si costruisce il "Muro di arrampicata libera Marco Demarchi", si incentivano le gite sociali, si va infatti in Marocco e si sale in vetta al Gebel Toubkal (m 4167) e all'Ararat (m 5165) in Turchia. Marco Conti e Umberto Valocchi entrano anche loro a far parte dell'Accademico e dopo 4 anni, lascia la presidenza subentrandogli Ugo Griva.

Gli anni 90 sono gli anni di una nuova generazione di alpinisti, che alternano salite di stampo classico ad attività di arrampicata libera, dove si distingue come uomo di punta Donato Lella, nonché Ivano Ghinaudo, Mirella Becciu, Massimo Orbecchi, Gianfranco Rossetto, Andrea Bertea, Danilo Benech, Tiziano Pugese. Si scoprono così nuovi settori di arrampicata: Vallone di Bourçet, Le Barricate (Valle Stura), Monte Bracco, Rocca Laubert (Val Noce), ecc...

Ma quello che è più importante è che la storia continua.

Dai 99 soci del 1926 si è passati agli 850 del 1996, dopo aver toccato quota 1003 nel 1987 (massimo storico), oggi però si assiste alla parabola discendente dell'alpinismo classico, dopo aver vissuto anni decisamente irripetibili si spera in una ripresa dell'attività ad alto livello, puntando sui corsi e sull'alpinismo giovanile, che nel 1990 ha ripreso nuovo vigore. Diversificando l'attività sociale con attività di escursionismo, trekking, speleologia, è infatti operante all'interno della sezione un vivace gruppo che vanta oltre 10 anni di attività ed operando affinché si formino nuovi istruttori che portino linfa vitale ai corsi, il tutto perché il C.A.I. continui a vivere e a prosperare, e a proporre momenti di significativa solidarietà come quando, nel 1976, Giuditta Ruetta fu nominata Cavaliere dell'Ordine del Cardo, per il suo comportamento eroico in occasione dell'incidente toccato al suo compagno di cordata alla Becca di Luseney.

Chi è giunto al termine di un così lungo cammino sente vivo il desiderio di vedere se esista, per una sezione che ha oltre 100 anni di vita, una costante, un principio che unifichi e illumini la sua azione.

Se in mezzo ad una ridda di mode, usi, ideologie che muta senza posa volessimo tentare di scoprire un filo guida che leghi quest'arco di oltre cento anni, non si può affermare altro che il C.A.I. deve la sua fresca giovinezza alla mai interrotta capacità di sintesi tra passato e futuro, una sintesi non statica, ma dialettica, dove le varie tendenze si scontrano, talora con durezza, prima di armonizzarsi in una soluzione che solo raramente è di compromesso.

Ciò vale al di là del piano amministrativo, mentre su quello spirituale intervengono altri fattori più specifici. In questa direzione i lontani fondatori del Club hanno colpito nel segno. Con intuizione istintiva hanno fatto leva fin dal primo momento, ma senza proporlo con noioso moralismo, su due richiami che non hanno mai deluso: il senso della libertà e l'arricchimento dell'uomo con la pratica della montagna; due tra le non molte certezze autentiche di questa povera vita, due aspetti di un'unica realtà; l'antica e la nuova frontiera dell'uomo, la vera, ultima spiaggia.

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Ultima modifica : 21-Gennaio-2011